Wagmi PRO | Fed divisa, liquidità e nuovo regime di mercato
- Wagmi Team

- 15 dic 2025
- Tempo di lettura: 17 min
La Federal Reserve è sempre più divisa, la liquidità smette di drenare ma non torna in modo espansivo, così i mercati iniziano a rispondere più ai flussi che alle parole. In questo contesto, fissarsi su tagli e dot plot è sempre meno utile, conta invece capire dove finiscono i dollari e che tipo di posizionamento si sta costruendo sotto la superficie. In questo report analizziamo cosa monitorare davvero nei prossimi mesi perché mentre l’attenzione resta su Powell, l’infrastruttura del sistema finanziario del futuro sta già iniziando a muoversi.

FED WEEK
Siamo sopravvissuti all’ennesima Fed week, mercati nervosi, e come al solito un Jerome Powell che non lascia spazio all'euforia, eppure questo meeting, più di altri, merita di essere letto non per quello che è successo, bensì per come cambia il modo in cui va monitorato il sistema nei prossimi mesi.
La decisione formale la conosciamo tutti: la Federal Reserve ha tagliato i tassi di 25 bps, portando il range dei Fed Funds al 3,50% – 3,75% e in parallelo, ha annunciato l’avvio delle Reserve Management Purchases (RMP), con acquisti di Treasury bill per circa 40 miliardi di dollari al mese a partire dal 12 dicembre.
La reazione istintiva di molti è stata: “é tornato il QE!", ma la lettura utile è un’altra: questo meeting ci dice che la Fed è entrata in una fase di gestione del rischio di sistema, non di stimolo macro.
Un altro segnale importante che emrge da questo meeting è il livello di frattura interna al FOMC, tre dissensi ufficiali su una decisione di politica monetaria non sono un dettaglio tecnico. Sono un evento politico e operativo rilevante. Per ritrovare un livello simile di divisione bisogna tornare al 2019, cioè all’ultima fase del ciclo precedente in cui la Fed stava perdendo il controllo della narrativa e, soprattutto, della forward guidance*.
*La forward guidance è lo strumento con cui una banca centrale prova a guidare le aspettative dei mercati sul futuro della politica monetaria, usando le parole prima ancora delle decisioni.
Comunque, da un lato abbiamo Austan Goolsbee e Jeffrey Schmid, che hanno votato contro il taglio da 25 bps. La loro posizione è chiara e coerente con una parte crescente del board, l’inflazione, pur in rallentamento, resta troppo alta per giustificare un easing ulteriore. In altre parole, per questa fazione il rischio principale è perdere credibilità sul fronte della stabilità dei prezzi.
Dall’altro lato troviamo Stephen Miran (fedelissimo di Trump), che ha votato contro non perché contrario al taglio, ma perché lo riteneva insufficiente. Miran ha chiesto un taglio da 50 bps (come ha fatto in tutti i meeting da quando è entrato nel board tra l'altro) e la sua posizione riflette un’altra preoccupazione: il mercato del lavoro e il ciclo economico stanno deteriorandosi più velocemente di quanto i dati ufficiali suggeriscano.
Questa non è una semplice divergenza di opinioni, è una divergenza sulla funzione di reazione della Fed, cioè su cosa la banca centrale dovrebbe guardare per decidere.
Powell, in conferenza stampa, lo ammette in modo insolitamente diretto:
“I rischi sono al rialzo sia per la disoccupazione sia per l’inflazione. Hai un solo strumento e non puoi fare due cose insieme. È una situazione molto complessa.”
La Fed si trova in una condizione in cui qualsiasi scelta comporta un rischio evidente, se taglia troppo, rischia di riaccendere l’inflazione o di perdere credibilità, se non taglia abbastanza, rischia di aggravare il rallentamento del ciclo e il deterioramento del mercato del lavoro.
Quando una banca centrale arriva a questo punto, succede sempre la stessa cosa, la forward guidance perde valore, le frasi diventano più vaghe le e decisioni verranno prese “meeting by meeting”.
Questo è cruciale per i mercati.
Una Fed unita può permettersi di guidare le aspettative, una Fed divisa no e in un contesto di divisione interna le reazioni di mercato diventano più violente e meno direzionali, la volatilità aumenta, e soprattutto le parole contano meno dei flussi reali.
Questo meeting segna proprio questo passaggio: se ricordate fino a pochi meeting fa vi ho sempre detto di ascoltare bene "cosa dicevano" e "come lo dicevano", ma ora non siamo più in una fase di policy guidata dalla narrativa ora siamo in una fase di gestione del rischio di sistema.
Per questo motivo, da questo punto in avanti, l’analisi non può fermarsi alle dichiarazioni di Powell. Bisogna spostarsi sulla meccanica del sistema: riserve, funding, liquidità.
Outlook 2026
Il messaggio che arriva da questo FOMC non è una traiettoria chiara dei Fed Fund ma appunto come abbiamo capito è l’assenza di una traiettoria condivisa e questo cambia completamente il modo in cui va letto il 2026.
Partiamo dai dati: Quello che vedi qui sotto è il grafico Dot Plot.

Per spiegarti meglio, è un grafico in cui ogni puntino rappresenta la previsione di un membro del FOMC sui tassi futuri, quindi non indica un percorso ufficiale, ma mostra graficamente quanto il board sia o meno allineato.
Più i puntini sono dispersi, meno la Fed ha una visione condivisa e meno la forward guidance è affidabile.
Ecco il grafico dot plot per il 2026 è forse uno dei più disordinati che abbiamo visto degli ultimi anni. Il cosiddetto “median dot” indica un solo taglio da 25 bps nel corso dell’2026 e dietro quel numero si nasconde una frammentazione profonda.
Sette membri del FOMC non vedono alcun taglio nel 2026.
Tre membri vedono addirittura un rialzo dei tassi.
Il resto del board è distribuito su uno o due tagli, senza una vera convergenza.
Insomma ad oggi, nel 2026, solo 9 membri su 19 vedono un taglio dei tassi.
Questa dispersione non è rumore statistico ma il riflesso di una Fed che non ha una lettura comune del futuro dell'economia.
Il mercato, dal canto suo, continua a prezzare due tagli da 25 bps nel 2026, mentre se io dovessi giocare a fare previsioni punterei più su un minimo di 3/4 tagli per portare i tassi più vicini al target si Trump e Bessent in concomitanza delle lezioni mid-term.
Ma anche qui il segnale interessante non è il numero. È l’incertezza. I future sui Fed Funds mostrano aspettative instabili, con continui spostamenti sulla tempistica dei tagli.
Questo ci porta al punto centrale, la domanda giusta non è “quanti tagli farà la Fed nel 2026”.
La domanda giusta è: Quale vincolo diventerà dominante?
Il vincolo inflazione
Se l’inflazione dovesse rimanere strutturalmente appiccicosa, soprattutto nella componente dei servizi, la Fed avrebbe poco spazio di manovra.
In questo scenario:
i tagli sarebbero pochi e tardivi.
la politica monetaria resterebbe restrittiva più a lungo.
La Fed cercherebbe di preservare la propria credibilità anti-inflazione.
Questo è lo scenario che giustifica la presenza di membri che vedono zero tagli o addirittura rialzi nel 2026.
Il vincolo lavoro
Dall’altro lato c’è il mercato del lavoro: ed è qui che Powell ha mandato segnali importanti, anche se in modo indiretto.
Durante la conferenza stampa ha messo in dubbio la solidità dei dati ufficiali sull’occupazione, suggerendo che la crescita dei payroll potrebbe essere sovrastimata. Ha inoltre indicato che una parte rilevante dell’inflazione residua è legata ai dazi, e quindi potenzialmente temporanea.
Tradotto in modo semplice: secondo powell se togliamo l'effetto i dazi, l’inflazione non è così preoccupante ma se guardi meglio i dati, il lavoro è più debole di quanto sembri.
Questa lettura sposta il baricentro del rischio e se il mercato del lavoro dovesse deteriorarsi in modo più evidente nel corso dei prossimi trimestri, la Fed sarebbe costretta a privilegiare la stabilità ciclica rispetto al mandato anti-inflazione.
In questo scenario:
I tagli arriverebbero prima e in misura maggiore.
La Fed accetterebbe un’inflazione leggermente sopra target per evitare una recessione più profonda.
La narrativa ufficiale inseguirebbe i dati, non il contrario.
Questa tensione tra vincolo inflazione e vincolo lavoro è il cuore dell’outlook 2026, non esiste oggi una forward guidance credibile perché la Fed stessa non sa quale dei due vincoli prevarrà.
Il dibattito interno alla Fed in realtà non va letto come una contrapposizione netta tra “vincolo inflazione” e “vincolo lavoro”, ma come il segnale di una funzione di reazione che sta diventando sempre più dipendente dal contesto e dalla combinazione degli shock.
Questo significa una cosa molto chiara per noi investitori: Il 2026 non sarà guidato da una traiettoria lineare dei tassi, ma da una sequenza di reazioni ai dati. Meeting by meeting.
Per questo motivo, più che fissarsi su un numero di tagli, ha senso monitorare:
la direzione del mercato del lavoro,
la composizione dell’inflazione,
la risposta della curva dei tassi.
È da lì che arriverà il segnale. Non dal dot plot.

Entra nel Wagmi Trading Club, la nuova community dedicata al trading sulle crypto di Wagmi Lab!
Un luogo dove troverai tutto ciò che serve per crescere come trader al riparo dalla fuffa che trovi online:
📊 Analisi tecniche e set-up quotidiani dai nostri trader.
🎓 Il videocorso completo Master of Profits.
🏆 Competizioni mensili con premi reali.
🎁 Bonus, competizioni, iniziative e contenuti esclusivi dedicati agli iscritti.
💬 Un ambiente attivo dove confrontarti con altri trader e condividere strategie.
Per ora l’accesso è completamente gratuito!
👉 Entra nel Trading Club Gratuitamente
Reserve Management Purchases ≠ QE

La Fed ha annunciato l’avvio delle Reserve Management Purchases, con acquisti di Treasury bill per circa 40 miliardi di dollari al mese.
Powell le descrive come un intervento tecnico e temporaneo, è una definizione che fa sorridere, perché richiama una delle osservazioni più lucide e ironiche di Milton Friedman:
"Nulla è più permanente di un programma governativo che doveva essere temporaneo."

Comunque per chi ha seguito i nostri report degli ultimi mesi, questo annuncio della Fed non dovrebbe sorprendere, l’idea che la Fed sarebbe tornata a espandere le riserve, pur evitando il linguaggio del QE, era una conseguenza logica delle tensioni nel funding e nel sistema bancario e ne abbiamo parlato ampiamente. (ad esempio in questo report)
Da qui nasce il dibattito: è QE o non è QE?
La risposta è utile. La domanda è sbagliata.
Il concetto di Quantitative Easing è un’etichetta storica, carica di memoria emotiva e poco adatta a descrivere quello che sta succedendo oggi.
Quello che conta non è il nome del programma, conta il percorso dei dollari nel sistema.
Ogni acquisto della Fed ha sempre due lati.
La Fed compra un asset.
Qualcuno vende quell’asset e riceve dollari.
La trasmissione monetaria nasce tutta qui. Niente magie, ma l'effetto cambia radicalmente a seconda di chi è il venditore.
Caso 1: Money Market Funds.
Se i Treasury bill vengono venduti alla Fed dai money market funds, l’effetto è diretto.
I dollari ricevuti finiscono come riserve bancarie. Non restano parcheggiati in strumenti di mercato monetario. Entrano nel circuito del sistema bancario.
Questo ha tre conseguenze immediate.
Le riserve aggregate aumentano.
La pressione sul funding a breve termine diminuisce.
Il sistema diventa meno fragile dal punto di vista operativo.
Il segnale chiave che conferma tutto ciò è l’ON RRP.

Se l’RMP coincide con un calo dell’ON RRP (come si vede nel grafico) , significa che liquidità che prima era immobilizzata presso la Fed sta tornando a circolare nel sistema.
Questo è il punto che spesso sfugge.
Non è la Fed che “stampa” in modo aggressivo, ma è il sistema che smette di sterilizzare liquidità.
Per i mercati, e in particolare per le crypto, questo è molto più importante di qualsiasi post su x che parla disperatamente di QE.
Quando l’ON RRP scende in modo strutturale, la probabilità di shock di liquidità diminuisce e il sistema diventa progressivamente più tollerante al rischio. In questo contesto, gli asset più sensibili alla liquidità tendono a costruire floor più solidi e meno vulnerabili a eventi improvvisi: Bitcoin, storicamente, reagisce molto bene a questo tipo di configurazione monetaria.
Caso 2: Dealer primari.
Il secondo canale è quello dei dealer primari.
Se sono loro a vendere Treasury bill alla Fed, i dollari ricevuti non finiscono direttamente in nuova domanda per asset rischiosi.
Vengono invece riutilizzati nel circuito del repo e del collateral management.
Questo significa:
miglior funzionamento dei mercati monetari,
maggiore fluidità nello scambio di collateral,
riduzione del rischio di dislocazioni improvvise.
Non è stimolo macro, diciamo più manutenzione del sistema. Ma attenzione, anche questo è estremamente rilevante.
Molti degli shock che colpiscono i mercati crypto non nascono da valutazioni fondamentali, ma da problemi di funding che costringono gli operatori a ridurre leva rapidamente.
Un sistema repo più stabile riduce la probabilità di dislocazioni improvvise, attenua la necessità di deleveraging forzato e rende il contesto operativo più prevedibile. Per il mercato crypto questo non significa rally immediati, ma un ambiente meno fragile, in cui i movimenti di prezzo tendono a essere più guidati dal posizionamento e meno da eventi di liquidazione come nell'ultimo periodo
Questo non è il QE del 2020! Ma è comunque molto positivo per noi.
Vale la pena essere espliciti: questo programma è diverso dai QE storici per tre motivi fondamentali.
Primo: la scala. Parliamo di decine di miliardi al mese, non di centinaia.
Secondo: il tipo di asset. La Fed compra Treasury bill, non titoli a lunga scadenza. Questo significa che non sta rimuovendo duration risk dal mercato, che è il vero canale di trasmissione dei QE “classici”.
Terzo: l’obiettivo. Non è stimolare l’economia. È garantire che il livello di riserve sia coerente con il funzionamento del sistema.
Chiamarlo QE porta fuori strada. È più corretto vederlo come un segnale che la Fed non vuole stress nel plumbing finanziario.
Liquidità Netta
La politica monetaria reale non è fatta di singoli strumenti isolati ma è piuttosto il risultato della combinazione dei flussi che entrano ed escono dal sistema finanziario.
Per questo, la domanda giusta oggi non è “QE sì o QE no”, la domanda giusta è una sola:
Qual è il segno della liquidità netta? Segno più o segno meno?
Esiste un modo semplice ma estremamente efficace per leggere cosa sta facendo davvero la Fed, al di là delle conferenze stampa e delle etichette.
La liquidità netta può essere approssimata come la dimensione del bilancio della Fed, al netto del Treasury General Account e dell’ON RRP:
Liquidità netta ≈ Bilancio della Fed − TGA − ON RRP
Super semplice.
Ti spiego anche perchè: ogni dollaro che finisce nel TGA è un dollaro che viene sottratto al sistema finanziario.
Ogni dollaro parcheggiato nell’ON RRP è un dollaro che non circola.
Al contrario, ogni espansione del bilancio della Fed che non viene assorbita da questi due canali aumenta la liquidità effettivamente disponibile.
È in questo contesto che vanno lette le Reserve Management Purchases.
Con il QT ormai alle spalle, le RMP non rappresentano un cambio di regime improvviso, ma il meccanismo attraverso cui la Fed cerca di mantenere un livello di riserve coerente con il funzionamento del sistema, evitando stress inutili nel plumbing finanziario.
Non si tratta di stimolo macro, ma di gestione operativa.
E' per questo che il ruolo del TGA resta centrale.

In una fase di elevato fabbisogno di finanziamento del debito pubblico, il comportamento del conto del Tesoro diventa uno dei principali assorbitori o rilasciatori di liquidità, se il Tesoro accumula rapidamente cassa nel TGA, può neutralizzare anche interventi Fed molto accomodanti, viceversa, un TGA stabile o in discesa amplifica l’effetto delle RMP sulla liquidità netta.
Messo insieme, il quadro è chiaro, non serve un ritorno al QE classico per cambiare regime monetario, storicamente per Bitcoin e per gli asset crypto più sensibili alla liquidità è sufficiente che il drenaggio di liquidità si arresti, che la liquidità netta smetta di peggiorare e che il sistema riduca la probabilità di shock improvvisi legati al funding.
Questo tipo di configurazione non produce rally verticali immediati, anzi, produce qualcosa di più graduale e più importante. La costruzione di un floor.
È in queste fasi che Bitcoin tende a smettere di reagire in modo violento alle notizie negative e inizia a reagire in maniera asimmetrica a quelle positive, non perché il contesto sia diventato improvvisamente espansivo, ma perché il sistema ha smesso di togliere ossigeno.
Tokenizzazione
Dopo aver analizzato Fed, liquidità e fragilità del sistema, vale la pena fare un passo laterale.
Non per allontanarci dal quadro macro, ma per capire cosa sta cambiando sotto la superficie e perché questo momento è particolarmente rilevante.

Mentre il dibattito pubblico resta concentrato su tassi, QE e dot plot, l’infrastruttura della finanza tradizionale sta evolvendo in modo silenzioso ma profondo. E questa volta non si tratta di esperimenti marginali o iniziative crypto-native. Si tratta del cuore stesso del sistema finanziario americano.
Il punto di partenza è il DTCC.
Il Depository Trust & Clearing Corporation è una di quelle entità invisibili ai più, ma senza le quali i mercati semplicemente non funzionerebbero. È l’infrastruttura che centralizza clearing, settlement e custodia di azioni, obbligazioni e Treasury per migliaia di broker, banche e asset manager.
Non è un intermediario come gli altri. È parte fondamentale del plumbing del sistema.
Un modo semplice per capirlo è questo. Se le azioni fossero automobili, le borse sarebbero i concessionari. Il DTCC sarebbe l’insieme di autostrade, caselli, regole di traffico e sistemi di sicurezza che permettono a quelle auto di muoversi da un punto all’altro senza che il sistema collassi.
Ed è proprio questa infrastruttura che ha ora ricevuto l’approvazione della SEC per tokenizzare azioni, bond e Treasury.
Questo è il passaggio che cambia tutto!
Fino a oggi, la maggior parte delle cosiddette “azioni on-chain” funzionava tramite modelli di rappresentazione. Un intermediario acquistava un titolo reale, lo custodiva e creava un token che lo rappresentava, permettendo poi agli utenti di scambiarsi quel token su blockchain.
Il problema non era tecnologico. Era giuridico e sistemico: chi detiene davvero la proprietà legale del titolo? Chi esercita i diritti di voto? Chi riceve i dividendi? Cosa succede se l’intermediario fallisce?
Ogni piattaforma aveva risposte diverse. Un’area grigia strutturale. E la finanza tradizionale detesta le aree grigie.
Con la tokenizzazione emessa direttamente dal DTCC, questo schema viene superato. Qui non si parla più di “wrapped asset” o di rappresentazioni sintetiche. Il token è il titolo. Nativo digitale, ma pienamente riconosciuto dal punto di vista legale.
Il possessore del token mantiene tutti i diritti, esattamente come se detenesse l’asset in forma tradizionale. Nessun intermediario che “tiene per conto”. Nessuna separazione tra proprietà economica e giuridica. Nessuna ambiguità.

Questo è il motivo per cui questa mossa è così rilevante. Non stiamo assistendo a un tentativo di portare la finanza tradizionale sopra la blockchain. Stiamo vedendo la blockchain entrare nell’infrastruttura della finanza tradizionale.
La domanda successiva è inevitabile: Perché adesso?
La risposta non è ideologica. È sistemica.
Il sistema finanziario globale soffre oggi di problemi strutturali sempre più evidenti. Tempi di settlement lunghi, rischio di controparte elevato, complessità crescente nella gestione del collateral. In un mondo di stress ricorrente nei mercati monetari, nel repo e nel funding bancario, questi non sono dettagli tecnici, sono punti di fragilità.
La tokenizzazione offre una risposta concreta. Settlement più rapido, riduzione del rischio operativo, collateral programmabile e più efficiente. Non è un upgrade estetico. È un modo per ridurre attrito in un sistema che non può più permettersi attrito.
Ed è qui che le parole di Paul Atkins, Chairman della SEC, assumono un peso specifico enorme.

Quando il capo del regolatore americano afferma pubblicamente che la tokenizzazione potrebbe diventare una caratteristica centrale dei mercati USA “in pochi anni”, non sta facendo divulgazione tecnologica. Sta preparando il terreno regolatorio.
La frase chiave è semplice e potente.“It’s the way the world will be… maybe a couple of years from now.”
Questo messaggio chiarisce una cosa fondamentale. La tokenizzazione è vista come una direzione strategica per l’evoluzione del sistema finanziario americano.

Ed è perfettamente coerente con il contesto macro che abbiamo descritto nei capitoli precedenti: un sistema fragile ha bisogno di più efficienza, meno attrito e maggiore controllo operativo.
In questo contesto, la blockchain non è un’ideologia alternativa, ma un’infrastruttura utile.
Ed è qui che emerge il quadro più ampio, il quadro che che le povere pecorelle smarrite del ciclo a 4 anni si perderanno inseguendo leggende stregoni e talismani.
Da un lato abbiamo una Fed che cambia direzione, perché il sistema non regge stress prolungati, dall’altro, un’infrastruttura finanziaria che inizia a migrare on-chain per diventare davvero efficiente e coerente con il mondo del futuro.

Questa convergenza non è casuale.
È così che iniziano i cicli strutturali, non con l’entusiasmo del retail, non con headline euforiche. Ma con cambiamenti silenziosi nelle fondamenta.
Per l’ecosistema crypto questo è cruciale, non perché “tutto adesso salirà”, anzi, il periodo sarà acnora volatile, ma perché la separazione netta tra TradFi e blockchain sta svanendo e la blockchain inizia a diventare parte del sistema stesso.
Ed è proprio in questi momenti, quando l’infrastruttura cambia prima della narrativa, che nascono i cicli più importanti.
Ciclo a 4 anni
Se ci limitassimo a guardare i pattern storici, il 2026 non sembrerebbe un anno particolarmente promettente. Anzi...

Nel ciclo classico di Bitcoin a quattro anni, gli anni di midterm election negli Stati Uniti sono stati spesso associati a fasi difficili. Il dato è noto e circola spesso: 2014, 2018 e 2022 sono stati anni negativi per BTC. La conclusione superficiale è immediata, anche il 2026 dovrebbe essere debole.
Il problema è che questa lettura presuppone un contesto strutturale invariato.
Il ciclo quadriennale ha funzionato finché Bitcoin era un asset relativamente isolato, guidato soprattutto da dinamiche interne come l’halving, la scarsità programmata e la ciclicità del capitale speculativo. Oggi Bitcoin è inserito in un sistema molto più ampio: risente della liquidità globale, delle politiche fiscali, delle decisioni delle banche centrali e, sempre di più, dell’infrastruttura finanziaria tradizionale.
Ed è qui che il ciclo a quattro anni inizia a scricchiolare.

Non è un caso che anche Grayscale, in un report recente, abbia messo in discussione l’idea che il ciclo quadriennale sia ancora una chiave di lettura affidabile.
L’argomento è semplice ma potente, questo ciclo non ha visto un eccesso parabolico, la struttura del mercato è cambiata con l’arrivo di ETF, ETP e prodotti regolamentati, e soprattutto il backdrop macro è diventato strutturalmente più favorevole rispetto al passato.
In altre parole, non siamo in un mondo in cui il ciclo finisce perché “deve” finire.
Siamo in un mondo in cui il ciclo viene condizionato da vincoli macro sempre più stringenti, ora vediamo quindi cosa possiamo aspettarci tecnicamente nel 2026.
Liquidità 2026

Vuoi saperne di più?
Iscriviti a wagmi-lab.com per continuare a leggere questi post esclusivi.
.png)