Wagmi PRO | 2026: l’Anno che Cambia le Regole del Gioco?
- Wagmi Team

- 19 gen
- Tempo di lettura: 16 min
Negli ultimi anni il mercato crypto è stato interpretato attraverso schemi semplici: cicli ripetitivi, narrative dominanti, movimenti sincronizzati, tutti schemi hanno funzionato finché il contesto era favorevole ma che poi hanno iniziato a produrre più confusione che chiarezza.
Questo report ha l'obbiettivo di per rimettere ordine nel modo in cui leggiamo ciò che sta accadendo e le motivazioni per cui investiamo in questo settore. Perché prima di chiedersi dove andrà il mercato, è necessario capire che tipo di mercato abbiamo davanti e quando la struttura cambia, continuare a cercare risposte con gli stessi strumenti diventa il rischio più grande.

Ciclo a 4 anni
Per anni il mercato crypto ha vissuto su una certezza quasi religiosa: il ciclo quadriennale.
Halving, bull run, euforia, crash, e poi da capo!
Una sequenza ripetuta così tante volte da diventare una legge non scritta, non importava cosa succedesse nel mondo, non importava il contesto macro, la politica, le geopolitica, l'economia globale, bastava aspettare il momento giusto del ciclo, ti bastava un calendario per tramutarti nel migliore investitore dei tempi moderni, bello no?

Tuttavia il 2025 ha messo in dubbio queste convinzioni, Bitcoin ha chiuso l’anno in leggero calo dopo aver fatto nuovi massimi prima dell'halving ( prima anomalia di questo ciclo), Ethereum ha sottoperformato, il mercato altcoin è stato devastato e tutto questo è accaduto mentre, fuori dal mondo crypto, gli asset tradizionali vivevano uno dei migliori anni dell’ultimo decennio. Azioni tecnologiche ai massimi. Oro in rally verticale. Pure l'argento!

Il punto centrale è semplice ma scomodo per chi voleva usare solo il calendario: il mercato crypto non è più un mercato isolato.
Non è (più) una "sandbox" dominata dai retail, dove la liquidità entrava tutta insieme e usciva tutta insieme, oggi è un sottosistema del mercato finanziario globale, e come tale risponde a forze molto più grandi del calendario degli halving.
Nel 2025 i fondamentali crypto sono migliorati in modo netto: regolamentazione più chiara, stablecoin in espansione, Bitcoin riconosciuto sempre più come asset strategico, prodotti finanziari che permettono un accesso istituzionale senza precedenti, quindi se il ciclo quadriennale fosse ancora valido, questo sarebbe dovuto essere il carburante perfetto per una nuova accelerazione. Invece i prezzi hanno ignorato tutto questo.
Perché?
Perché il capitale che oggi conta davvero non si muove per entusiasmo, si muove per vincoli:
Vincoli di bilancio. Vincoli di rischio. Vincoli macroeconomici.
Il denaro istituzionale entra lentamente, valuta alternative, confronta rendimenti e soprattutto sceglie dove il rapporto tra rischio percepito e ritorno atteso è più favorevole.
Nel 2025 quel rapporto non era più automaticamente a favore delle crypto e il capitale ha fatto quello che fa sempre: è andato dove trovava meno attrito.
Questo è il vero motivo per cui il ciclo (in mi a opinione) si è rotto, non perché Bitcoin sia “finito”, ma perché le regole del gioco sono cambiate.
Il ciclo quadriennale funzionava in un mondo dominato da liquidità abbondante, tassi a zero e investitori retail iper-reattivi, ma è chiaro che quel mondo è stato archiviato. Oggi viviamo in un sistema più rigido, più complesso e molto più interconnesso, un sistema in cui le crypto competono con tutti gli altri asset risk-on per l’attenzione e per il capitale.

Chi continua a guardare il mercato come se fossimo nel 2017 o nel 2021 rischia di prendere decisioni basate su un contesto che non esiste più.
Ed è qui che arriva il punto cruciale: la fine del ciclo quadriennale non è una cattiva notizia.
È piuttosto una fase di maturazione e significa che Bitcoin e le crypto stanno uscendo dall’adolescenza speculativa ed entrando in una nuova fase, dove il prezzo non si muove più per inerzia, ma per integrazione sistemica.
Ri-allocazione Globale
Quando un mercato non sale non significa automaticamente che sia debole, spesso significa semplicemente che non è la destinazione preferita del capitale in quel momento.
Come si diceva prima, nel 2025 è successo esattamente questo: il capitale globale non ha abbandonato il rischio, ha solo cambiato direzione.
Questo quadro racconta una verità scomoda: il problema non è stato la mancanza di liquidità, ma la sua distribuzione.
Il capitale istituzionale, quello che oggi muove davvero i mercati, non ragiona più per compartimenti stagni, non esiste “il mercato crypto” separato dal resto, esiste un grande universo risk-on in cui azioni, obbligazioni, materie prime e asset digitali competono costantemente per lo stesso capitale.

Nel 2025 il mondo ha offerto una combinazione inedita di fattori: tassi ancora elevati, debito pubblico in espansione, tensioni geopolitiche crescenti, transizione tecnologica accelerata, capex dedicato all'AI, e in questo contesto, gli investitori non cercavano semplicemente rendimento, cercavano prevedibilità.
L’intelligenza artificiale, ad esempio, offre una narrativa chiara e immediata: aumenti di produttività, riduzione dei costi, vantaggi competitivi misurabili.
L’oro offre protezione in un contesto di instabilità monetaria e incertezza geopolitica.
Anche le azion tech, grazie a buyback e flussi passivi, garantiscono una domanda strutturale e relativamente prevedibile.
Le crypto, invece, si trovano in una fase di transizione narrativa: non più “novità rivoluzionaria”, non ancora “infrastruttura indispensabile”, troppo mature per essere in hype, troppo giovani per essere core allocation.
Il capitale, in questa fase, tende a fare un passo indietro, non per mancanza di fiducia, ma per attendere segnali più chiari. Ed è qui che molti investitori commettono l’errore più grande: interpretano l’assenza di performance come una bocciatura definitiva, perchè passano le giornate a guardare i prezzi.
In realtà è spesso l’opposto, cioè solitamente quando un asset smette di essere il centro dell’attenzione ma continua a costruire fondamenta, infrastruttura e integrazione istituzionale, sta preparando la fase successiva. Una fase meno spettacolare, ma molto più potente.
Bitcoin è l’esempio perfetto di questo processo.
Nel 2025 ha smesso di essere trattato come un semplice trade speculativo e ha iniziato a essere valutato come un asset macro. Questo cambia tutto, cambia i tempi, cambia le aspettative, cambia il tipo di capitale che entra e perché entra.
La riallocazione globale del capitale non è un evento momentaneo, è una conseguenza diretta di un mondo più instabile, più indebitato e più tecnologicamente accelerato, e in un mondo così, il capitale si muove con cautela, analizza, aspetta, poi colpisce quando la direzione diventa inevitabile.
Exponential Age
Per capire davvero perché secondo me il 2026 rappresenterà uno spartiacque, dobbiamo fare un passo indietro e cambiare prospettiva perché è palese che il mondo sta entrando in una fase di accelerazione strutturale, la quale non ha precedenti nella storia economica moderna.
Questa fase ha un nome: Exponential Age.
Non si tratta di uno slogan, è una descrizione precisa di ciò che accade quando più tecnologie di rottura raggiungono contemporaneamente il loro punto di inflessione.

Intelligenza artificiale, blockchain, robotica, automazione, energia, reti globali di comunicazione, tutte queste forze non stanno avanzando in modo lineare ma stanno crescendo in modo esponenziale e, soprattutto, si stanno potenziando a vicenda.
Questo è il primo punto chiave che molti investitori continuano a sottovalutare, cioè che la storia dell’innovazione segue quasi sempre lo stesso schema: sovrastimiamo l’impatto nel breve periodo e sottostimiamo drasticamente l’impatto nel lungo periodo. (legge di Amara)

Nel breve, l’innovazione delude, nel medio, viene messa in discussione e poi nel lungo, riscrive completamente le regole del gioco.
Molti investitori commettono un errore di valutazione analizzando questi trend come se fossero separati. AI da una parte. Crypto dall’altra. Automazione da un lato. Robotica dall’altro.
In realtà, ciò che rende questa fase unica non è la singola tecnologia, ma la loro convergenza.
Vi ricordo che 20 anni fa, gran parte delle infrastrutture digitali che oggi consideriamo ovvie non esistevano affatto.
Non esistevano gli smartphone.
Non esistevano i social media.
Non esisteva nemmeno Amazon, google, Tesla, Uber! Eppure oggi regolano comunicazione, lavoro, consumo e capitale.

Questo serve a rompere una percezione pericolosa: l’idea che il futuro sarà una versione leggermente migliorata del presente perchè in realtà, il cambiamento tecnologico è discontinuo, non incrementale.
La convergenza diventa evidente quando l’intelligenza artificiale smette di vivere solo nei server e nei software e inizia a operare nel mondo fisico.
Fabbriche automatizzate, robot industriali specializzati, sistemi logistici autonomi, infrastrutture produttive che prendono decisioni in tempo reale... Non stiamo parlando di robot umanoidi fantascientifici, ma di automazione concreta, mirata e già economicamente sostenibile.
Tecnologie che esistono da anni, ma che solo ora stanno diventando sufficientemente economiche, scalabili e affidabili da essere adottate su larga scala.

Questo è un passaggio cruciale: le rivoluzioni tecnologiche non esplodono quando una tecnologia viene inventata, ma quando il suo costo scende sotto una soglia critica. È lì che l’adozione smette di essere un’opzione e diventa inevitabile.
Quando i costi collassano, l’adozione accelera e gli effetti diventano macroeconomici: aumenti di produttività, riduzione strutturale dei costi, compressione dei margini inefficienti, pressione deflattiva di lungo periodo.
Negli ultimi vent’anni l’innovazione è stata prevalentemente software: app, piattaforme, servizi digitali hanno cambiato le abitudini, ma non hanno trasformato in profondità la struttura fisica dell’economia.
Ora il software entra nella materia e le conseguenze si propagheranno lungo tutta la catena economica: produzione, energia, logistica, lavoro, capitale.
Inoltre c’è un altro elemento fondamentale dell’Exponential Age: la compressione del tempo.

Ogni nuova tecnologia viene adottata più velocemente della precedente, i cicli di diffusione si accorciano e quindi anche le finestre di posizionamento diventano più strette, aspettare conferme, in un mondo esponenziale, significa spesso entrare quando il mercato è già affollato.
Un’economia più automatizzata è anche un’economia con flussi finanziari più rapidi, più granulari e più complessi e tutto questo richiede infrastrutture finanziarie diverse da quelle tradizionali.
Vuoi un esempio concreto?
L’intelligenza artificiale ha bisogno di infrastrutture digitali aperte, pagamenti programmabili, sistemi di incentivazione e coordinamento senza intermediari. La blockchain fornisce esattamente questo.
La blockchain, a sua volta, beneficia di automazione, intelligenza distribuita e capacità di calcolo sempre più avanzate. È un circuito di feedback positivo che accelera tutto.

Energia e informazione stanno seguendo curve esponenziali parallele, l’AI rappresenta l’esplosione dell’informazione, la blockchain rappresenta l’infrastruttura economica che permette di coordinarla.
I tutto ciò Bitcoin introduce l’elemento che mancava: scarsità digitale credibile.
Quando sistemi di questo tipo entrano in risonanza, il cambiamento non è graduale, è improvviso, nel breve periodo, l’Exponential Age crea confusione, i mercati faticano a prezzare ciò che non possono ancora misurare, le valutazioni oscillano, le narrative si alternano e si annullano a vicenda, insomma il capitale si muove in modo apparentemente casuale, ma sotto la superficie, le fondamenta vengono posate.
Il 2026 è secondo me l’anno in cui questa fase di costruzione inizia a diventare visibile e queste tecnologie raggiungono una massa critica. A quel punto, l’adozione smette di essere una scelta e diventa una necessità competitiva.
Chi sarà costretto ad adattarsi non lo farà per convinzione ideologica, ma per sopravvivenza economica. Come sempre, di fretta, rincorrendo gli early adopters.
In un mondo che cresce a ritmo esponenziale, il tempo diventa la risorsa più scarsa. Chi capisce prima come funzionano queste dinamiche ha un vantaggio enorme. Chi aspetta conferme rischia di entrare quando gran parte del valore è già stato catturato.
Questo è il vero contesto in cui vanno letti Bitcoin e le crypto oggi. Non come strumenti per arricchirsi velocemente, ma come asset nativi di un’economia e di una società che stanno cambiando forma, dove automazione, intelligenza e capitale digitale non sono più opzionali, ma la base su cui si costruisce il futuro, un contesto che premierà chi ha pazienza e non pensa solo al prezzo odierno e a i rendimenti di breve periodo.
Tuttavia, se ti piacciono i profitti di breve (a chi non piacciono dopotutto), ne approfitto per ricordarti che abbiamo da poco dato vita al Wagmi Trading Club, la nuova community dedicata al trading quotidiano di Wagmi Lab e che per ora l'accesso è completamente gratuito!
Un luogo dove troverai tutto ciò che serve per crescere come trader al riparo dalla fuffa che trovi online:
📊 Analisi tecniche e set-up quotidiani dai nostri trader.
🎓 Il videocorso completo Master of Profits.
🏆 Competizioni mensili con premi reali.
🎁 Bonus, competizioni, iniziative e contenuti esclusivi dedicati agli iscritti.
💬 Un ambiente attivo dove confrontarti con altri trader e condividere strategie.
👉 Entra nel Club Gratuitamente
Torniamo al Report, che ora le cose si fanno interessanti... Pronti?
C’è un effetto dell’Exponential Age di cui si parla ancora troppo poco, ma che è centrale per capire cosa ci aspetta nei prossimi anni: la pressione deflattiva strutturale.
Per rendere questo meccanismo più concreto, basta guardare a ciò che è successo negli ultimi vent’anni con computer e smartphone.
All’inizio degli anni Duemila, un computer era uno strumento costoso, accessibile a pochi, spesso confinato in ambito professionale, oggi la potenza di calcolo che avevano le grandi aziende è disponibile a chiunque, a costi marginali prossimi allo zero, un laptop da poche centinaia di euro o uno smartphone tascabile svolgono funzioni che prima richiedevano interi uffici, team dedicati e infrastrutture costose.
Lo stesso vale appunto anche per gli smartphone: in poco più di un decennio hanno inglobato fotocamere, navigatori GPS, lettori musicali, strumenti di pagamento, sistemi di comunicazione e interi segmenti di servizi.
Il risultato non è stato inflazione, ma deflazione: prodotti e servizi migliori, più efficienti e molto più economici, spesso gratuiti o inclusi in ecosistemi digitali.
Questo processo ha avuto due effetti chiave: da un lato ha aumentato enormemente la produttività individuale, dall’altro ha ridotto il valore economico di molte mansioni umane che prima giustificavano salari più elevati. Compiti che richiedevano tempo, competenze specifiche e intermediazione sono stati automatizzati, standardizzati o completamente eliminati.
L’intelligenza artificiale e l’automazione stanno replicando lo stesso schema, ma su scala molto più ampia e in tempi molto più rapidi.
Non stanno solo migliorando strumenti esistenti, stanno sostituendo intere funzioni economiche, comprimendo ulteriormente i costi marginali e spingendo l’economia verso una pressione deflattiva strutturale.
Ed è questo il punto che spesso sfugge: quando la tecnologia entra nel cuore della produzione e del lavoro, non crea inflazione duratura, ma piuttosto crea efficienza, e l’efficienza, nel lungo periodo, è sempre deflattiva.
I costi marginali scendono. La produttività sale. Il lavoro umano viene progressivamente sostituito o svalutato. Il potere contrattuale dei salari si riduce.
Questo processo non è teorico, è già visibile nei dati:

L'indicatore Trueflation non è un sostituto perfetto del CPI, ma è un termometro quasi real-time utile per capire la direzione. (Il CPI offre una lettura del passato)
L’inflazione misurata in tempo (quasi) reale, sta scendendo molto più rapidamente rispetto ai dati ufficiali e questo crea un paradosso: mentre la narrativa continua a parlare di inflazione persistente, l’economia reale sta già entrando in una fase di disinflazione avanzata, se non di vera e propria deflazione tecnologica.
Ed è qui che entra il vero vincolo per la Federal Reserve e le altre banche centrali, in un mondo ad alta automazione e crescita esponenziale della produttività, mantenere condizioni monetarie restrittive troppo a lungo significa accelerare la distruzione della domanda, aumentare la fragilità sociale e rendere il peso del debito ancora più insostenibile perché con crescita nominale più bassa, il debito pesa di più, e quando il debito pesa di più, l’unica via politica diventa allentare le condizioni finanziarie.
Diciamo che la FED può anche desiderare tassi alti ma non può permetterseli e in questo contesto, l’easing non è una scelta ideologica ma è una necessità sistemica per tenere tutto a galla ed è proprio questo paradosso che molti faticano a cogliere: un mondo tecnologicamente deflattivo richiede più liquidità, non meno!
Bitcoin
Uno degli errori più comuni oggi è continuare a trattare Bitcoin come se fosse rimasto quello del 2017 o del 2021, un asset puramente speculativo, un veicolo da cavalcare nei momenti giusti e abbandonare quando il ciclo gira.

Questa lettura non è solo superata: è pericolosa!
Bitcoin non è più un esperimento marginale né una scommessa di nicchia, ma è entrato in una nuova fase della sua vita, quella in cui viene analizzato come variabile macro e quando un asset entra in questa categoria, non conta più la narrativa di breve periodo, ma la funzione che svolge all’interno del sistema.
Un asset macro non vive di hype, vive di ruolo e Bitcoin oggi svolge una funzione che pochi asset riescono a replicare contemporaneamente: è neutrale, non è emesso da uno Stato e non risponde a una banca centrale o a un'azienda privata.
In un mondo sempre più indebitato e politicamente frammentato, questa neutralità non è un dettaglio tecnico, è il punto centrale.
Per decenni il sistema finanziario globale ha retto su un equilibrio fragile: debito crescente compensato da fiducia crescente ma quando quel meccanismo inizia a scricchiolare, il sistema cerca ancore alternative. Storicamente questo ruolo è stato svolto dall’oro. Oggi, sempre più spesso, viene affiancato da Bitcoin.
Nel 2025 Bitcoin ha cambiato funzione e pubblico, non è più guidato da flussi impulsivi ma è osservato, studiato e accumulato da capitali che ragionano su orizzonti lunghi, spesso pluriennali. Questo tipo di capitale non compra Bitcoin perché “sta salendo” ma perché vede una funzione che diventa sempre più difficile da ignorare: oggi Bitcoin viene valutato come collaterale alternativo, come riserva di valore digitale, come hedge contro la fragilità del sistema monetario tradizionale e viene analizzato in relazione a variabili macro come liquidità globale, il debito sovrano, le condizioni finanziarie e la stabilità geopolitica: e questo è un cambio di paradigma netto rispetto al passato.
Ed è per questo che Bitcoin può restare laterale anche mentre i fondamentali migliorano, il capitale che lo osserva non è interessato al timing perfetto, a cercare bottom e top, ma è interessato alla resilienza del sistema Bitcoin nei decenni a venire.
Secondo me nei prossimi anni questa dinamica diventerà ancora più evidente, man mano che la pressione sul debito aumenta e che il bisogno di asset neutrali cresce, Bitcoin smetterà di essere un’opzione esotica e diventa una variabile da considerare seriamente in qualsiasi asset allocation globale.
Questo non significa che il prezzo salirà in linea retta, sia chiaro, ma significa qualcosa di più importante: Bitcoin entra stabilmente nel set di asset che non possono più essere ignorati.
Ed è qui che si apre una frattura all’interno del mondo crypto, perché mentre Bitcoin ha ormai chiarito il proprio ruolo, il resto del mercato è ancora in una fase di definizione: Ethereum, e Altcoin in generale, devono dimostrare di avere una funzione altrettanto chiara e sostenibile.
Bitcoin ha risolto il problema dell’identità. È chiaro cosa sia e perché esista. Gli altri asset stanno ancora cercando il loro posto.
Ethereum e Altcoin
Dopo aver chiarito perché Bitcoin oggi va letto come una variabile macro, la domanda successiva è inevitabile:
e tutto il resto del mercato crypto?
Ethereum, DeFi, Layer 2, Altcoin, settori emergenti, per molti investitori questa è la parte più affascinante e con più ritorni potenziali, ma è anche quella in cui si concentrano i rischi maggiori per il tuo portafoglio.
Il punto centrale non è stabilire se Ethereum e le altcoin abbiano valore, quel dibattito è secondo me in larga parte superato, il vero problema è capire quando quel valore viene riconosciuto dal mercato e a quali condizioni.
Partiamo da Ethereum, il quale occupa una posizione centrale e non è più una scommessa sperimentale, ok, ma non è nemmeno un asset macro pienamente assimilato come Bitcoin.
Possiamo dire che è un’infrastruttura produttiva, un layer economico su cui vengono costruite applicazioni, flussi di valore, contratti e sistemi finanziari alternativi.
Questo lo rende estremamente potente, ma anche strutturalmente più difficile da prezzare.
Ethereum genera valore attraverso l’utilizzo: fee, attività on-chain, ecosistema, integrazione applicativa. Tutti elementi che richiedono tempo per emergere e che raramente si riflettono in modo immediato nel prezzo del token. A differenza di Bitcoin, che beneficia direttamente delle dinamiche macro e di liquidità, Ethereum dipende molto di più dal ciclo economico interno del settore crypto.
Ed è qui che nasce il problema del “quando”.
Le altcoin tendono a salire di prezzo quando si allineano tre condizioni precise: liquidità abbondante, fiducia elevata e propensione al rischio e nel 2025 queste condizioni non si sono mai verificate contemporaneamente, mentre nel 2026 potrebbero iniziare ad allinearsi, ma non in modo uniforme né automatico.

Questo grafico mostra il rapporto tra la capitalizzazione totale delle altcoin (escludendo Bitcoin, Ethereum e stablecoin) e Bitcoin.
In altre parole, misura quanto capitale il mercato è disposto ad allocare alle altcoin più speculative rispetto a Bitcoin, che rappresenta l’asset più solido e difensivo dell’intero ecosistema crypto.
Quando questo rapporto sale, significa che il capitale sta abbandonando Bitcoin per aumentare l’esposizione al rischio, privilegiando le altcoin ed è in queste fasi che storicamente si sono sviluppate le cosiddette altseason (evidenziate in verde sul grafico).
Quando invece il rapporto scende o rimane compresso, il messaggio è opposto: il capitale preferisce restare ancorato a Bitcoin, rinviando l’assunzione di rischio. In queste fasi le altcoin tendono a sottoperformare, anche in presenza di narrative interessanti o fondamentali in miglioramento.
Le aree verdi mostrano come le altseason non siano eventi continui o automatici, ma episodi rari, violenti e concentrati nel tempo, in cui liquidità, fiducia e propensione al rischio si allineano simultaneamente.
La fase attuale mostra una nuova compressione del rapporto, segnale che il mercato non ha ancora scelto di spostarsi in modo deciso verso le altcoin. Questa compressione non è di per sé un segnale negativo, ma rappresenta una condizione necessaria, seppur non sufficiente, affinché una futura espansione possa anche solo diventare possibile.
In sintesi, questo grafico non indica quando tornerà l’altseason, indica cosa deve accadere affinché possa esistere.
Nei cicli precedenti bastava che Bitcoin facesse da apripista, il capitale retail arrivava a cascata, spingendo qualsiasi progetto avesse una narrativa sufficientemente accattivante.
Oggi questo meccanismo è molto più debole, come abbiamo visto il capitale è più selettivo, le allocazioni sono più mirate e i progetti vengono valutati per sostenibilità, utilità reale e capacità di sopravvivere in contesti macro complessi.
In questo contesto, il timing diventa la variabile decisiva:
Entrare troppo presto significa immobilizzare capitale in asset che possono restare laterali per mesi/anni.
Entrare troppo tardi significa inseguire prezzi già gonfiati, quando il rischio è massimo.
Nel mezzo esiste una finestra temporale stretta, che non si basa su date precise previste da qualche guru ma su segnali di liquidità, contesto macro e sentiment.
Nel 2026 questa finestra potrebbe iniziare ad aprirsi, ma solo per chi è disposto a distinguere tra infrastruttura e narrativa, tra valore reale e rumore. Ethereum ha (chiaramente) buone probabilità di essere tra i beneficiari di questa fase, ma il suo percorso sarà probabilmente più lento, più irregolare e meno spettacolare di quanto molti si aspettino.
Le altcoin, invece, dovranno dimostrare molto di più, non basterà appartenere al settore “giusto” o promettere rivoluzioni future, serviranno utilità concrete, flussi di valore reali e un contesto macro favorevole.
Capire il “quando” significa accettare che non tutto succede insieme, che i cicli non sono più sincronizzati e che la pazienza selettiva è diventata una competenza fondamentale per l’investitore crypto.
Conclusione
Ogni grande transizione nei mercati ha un momento preciso in cui le regole cambiano, ma la maggior parte degli investitori se ne accorge solo dopo, non perché manchino le informazioni, ma perché mancano "le lenti giuste" per interpretarle.
Il 2026 è esattamente questo tipo di momento.
Chi aspetta conferme guarda il mercato chiedendosi quando arriverà il segnale definitivo. Il taglio dei tassi. L’esplosione dei volumi. L’altseason. Il consenso generale. Ma devi capire che quando questi segnali diventano visibili a tutti, il grosso del posizionamento è già avvenuto.
Chi si posiziona, invece, non cerca certezze: cerca asimmetrie!
Asimmetria di informazione: quando il mercato guarda altrove.
Asimmetria di tempo: quando il capitale è ancora indeciso.
Asimmetria di comprensione: quando la struttura conta più della narrativa.
Nel 2026 questa asimmetria nasce dal fatto che Bitcoin viene sempre più trattato come un asset macro, mentre il resto del mercato crypto attraversa una fase di selezione e maturazione, nasce dal fatto che la liquidità globale non scompare, ma diventa più condizionata, più selettiva, più strategica e dal fatto che l’Exponential Age accelera, ma i mercati faticano ancora a prezzarne le conseguenze, e si perdono nel cercare di indovinare quando scoppierà la "bolla AI".
Questo crea una finestra temporale particolare secondo me, non evidente ne rumorosa, ma estremamente rilevante, il che non significa automaticamente che da qua vedremo solo i prezzi salire, al contrario, la prima parte del 2026 potrebbe essere ancora irregolare e complessa, con una Federal Reserve guidata da Powell ancora cauta e con gli strascichi della crisi di liquidità di fine 2025 che continuano a farsi sentire.
Ma in mia opinione il rischio più grande in questa fase non è sbagliare il timing di breve periodo, il vero rischio è restare ancorati a modelli mentali che non riflettono più la realtà, continuare ad aspettare “il ciclo giusto” quando i cicli si sono frammentati o continuare a cercare conferme nel prezzo quando le decisioni più importanti vengono prese molto prima di riflettersi nei prezzi.
Questo report è un invito alla ricostruzione del framework e delle tempistiche con cui leggi i mercati, perché non serve prevedere il futuro, ma riconoscere quando il presente sta cambiando forma e intercettare il trend sistemico che sta ridefinendo il mercato.
Stefano Inga
.
.png)

Commenti