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Wagmi PRO | 📈 Macro Outlook Aprile 2026: Il Prezzo del Rischio


Dal 2 marzo al 14 aprile 2026, l’S&P 500 ha perso oltre 400 punti che poi ha recuperato in appena sette sedute. Sui terminal Bloomberg e nei titoli dei giornali, la spiegazione è semplice: la guerra è finita, la pace è arrivata. Sembra una buona notizia si, ma il problema è che non è vera, o almeno, non lo è nei fatti operativi. Il blocco navale dello Stretto di Hormuz è ancora attivo.Iran e Stati Uniti non hanno raggiunto un accordo definitivo e mentre tutto questo accade, il CAPE ratio dell’S&P 500 è a 34, sopra il livello del 1929. Se metti insieme questi elementi, diventa chiaro che non è cambiata la realtà ma è cambiato il prezzo, il prezzo che il mercato ti chiede per restare esposto al rischio e, ancora più importante, è cambiato il modo in cui il capitale si posiziona rispetto a quel prezzo,in questo report ti porto dentro quattro fattori che, letti insieme, spiegano questo rimbalzo molto meglio di qualsiasi titolo di giornale.




Introduzione


In questi giorni si parla solo di una cosa: la fine della guerra tra Stati Uniti e Iran, il rimbalzo “miracoloso” del mercato, e l’S&P 500 che ha superato i 7.000 punti come se nulla fosse.

Eppure mi pare di capire che la pace, in senso stretto, non è ancora arrivata, la “fine della guerra”, per ora, esiste soprattutto nei titoli dei giornali.


E allora la domanda vera diventa un’altra: come si spiega il rimbalzo? (domanda che mi avete fatto in 30 questa settimana)


Come si spiega che, secondo l’ultimo Global Fund Manager Survey di Bank of America, la quota di gestori istituzionali che considera il mercato americano sopravvalutato è scesa al minimo degli ultimi sette anni, proprio mentre il CAPE ratio si muove su livelli che storicamente hanno preceduto correzioni importanti?


La lettura mainstream è semplice "Il mercato sta scontando la pace." È una spiegazione comoda e proprio per questo pericolosa, perché spiega poco e, nella pratica, porta spesso a prendere decisioni sbagliate. In mia opinione quello che il mercato USA sta facendo non è scontare un evento geopolitico, ma sta facendo qualcosa di molto più tecnico, molto più meccanico e, soprattutto, molto più ripetibile.


Sta facendo repricing del premio al rischio.


Per dirla più semplice: sta cambiando il rendimento che pretende per restare esposto a un rischio che, di fatto, è ancora lì.


Ma questa è solo una parte della storia.


Per capire davvero cosa è successo in queste sette settimane servono tre lenti:

  • il premio al rischio

  • la liquidità

  • il posizionamento


Ed è esattamente su queste ultime due che la maggior parte degli investitori  si perde, dopo essere rimasti intrappolati per settimane a cercare spiegazioni nelle notizie sbagliate.



Capitolo 1. Il drawdown e il rimbalzo.

Il 2 marzo l’S&P 500 inizia a scendere.

Le notizie sono negative in modo plausibile: lee tensioni tra Stati Uniti e Iran aumentano e il blocco dello Stretto di Hormuz diventa operativo.


Iniziano a uscire le prime stime sulla produzione di greggio persa nel 2026, e il numero che compare sui terminal è significativo: 600 milioni di barili.


Per dimensione, sarebbe il più grande supply shock energetico della storia moderna.

Sui media generalisti il messaggio è uno solo: arriva la recessione, l'inflazione torna, prepararsi al peggio!


Il mercato si comporta esattamente come ti aspetteresti: l’S&P perde oltre 400 punti tra inizio marzo e metà aprile, il dollaro si rafforza nel suo ruolo di porto sicuro e il Brent vola, spinto dal premio di rischio energetico, l’oro recupera, le coperture aumentano.


In una parola: la paura viene prezzata.


Poi succede qualcosa: in appena sette sedute (non sette mesi) l’S&P 500 recupera completamente il drawdown e torna sui livelli pre-Iran, il DXY restituisce i guadagni accumulati, il Brent corregge dai picchi.


E, quasi in parallelo, cambia anche la narrativa: su Bloomberg il sentiment gira, nei titoli dei giornali, improvvisamente, “la guerra è finita” e inizia la fase del V-shaped recovery, il rimbalzo a V che ricostruisce in pochi giorni quello che la discesa aveva tolto in settimane.

Il Nasdaq segna un nuovo massimo storico, il Russell 2000 torna sui massimi (indice delle small e mid cap americane, più cicliche e meno difensive rispetto alle mega-cap come Apple e Microsoft).


Bank of America parla apertamente di “bubble-like regime”: un contesto in cui gli investitori smettono di preoccuparsi del downside e iniziano a chiedersi solo una cosa: quanto può salire ancora?


Però c’è un problema: la guerra non è finita.


Hormuz è ancora bloccato e le riserve strategiche di alcuni paesi coprono circa quattro mesi di consumo se il blocco non si sblocca e inoltre Iran e USA non sembrano ancora arrivati a degli accordi sostenibili.


Se metti insieme questi elementi, diventa chiaro che non è cambiata la realtà operativa, è cambiato il prezzo.


Il prezzo che il mercato ti chiede per restare esposto a quel rischio.


E, soprattutto, è cambiata un’altra cosa: il punto in cui gli investitori si trovavano quando quel prezzo ha iniziato a muoversi.


Perché il mercato non reagisce solo alle notizie, ma reagisce a come il capitale è già posizionato quando quelle notizie arrivano.



Capitolo 2. Il copione che il mercato segue durante i ribassi.


Nei ribassi degli ultimi venti anni, non solo in questo, c'è una sequenza che si ripete in modo quasi noioso: una narrativa dominante, un'emozione collettiva, una decisione sbagliata, sempre nello stesso ordine, sempre con gli stessi protagonisti.


"C'è la guerra, devo proteggermi." → fase 1, marzo.

L'investitore vende per coprirsi: riduce esposizione equity, compra dollaro, compra oro, magari accumula liquidità in attesa di prezzi migliori.


"La situazione si complica, meglio aspettare." → fase 2, fine marzo.

Il drawdown è ancora in corso. Chi è uscito si convince di aver fatto bene, chi è dentro inizia a dubitare. Si rimanda ogni decisione di rientro a "quando le acque si calmeranno".


"Il petrolio devasterà l'economia globale." → fase 3, inizio aprile.

La narrativa diventa apocalittica: si pubblicano stime sul deficit di greggio, si parla di emergenza, si dipingono scenari da fine ciclo. Le coperture sono al massimo, l'esposizione equity al minimo.


"Aspetto i prossimi ribassi." → fase 4, metà aprile, esattamente quando il mercato ha già iniziato a rimbalzare.

Il rimbalzo viene letto come "bull trap", e la maggioranza si aspetta il second leg ribassista che non arriva.


"La pace di Trump è un bluff." → fase 5, fine aprile.

L'S&P 500 è già sui massimi, il rimbalzo è già finito. La narrativa che giustifica il rimanere fuori si è spostata dal "sta per crollare" al "non ci credo, è tutto finto".


Risultato operativo: zero guadagno e un mese di stress.


A questo punto vale la pena dire una cosa scomoda: questo copione non lo recita il mercato, lo reciti tu. Il mercato si limita a fare il suo lavoro, ovvero riprezzare il rischio in tempo reale e sfruttare il fatto che chi è uscito nelle fasi 1-3 dovrà rientrare nelle fasi 4-5. Sei tu, ad ogni passaggio, che hai trasformato un'informazione in un'emozione e quell'emozione in una decisione che, a posteriori, si è rivelata sistematicamente sbagliata.


E qui arriviamo al primo dei tre meccanismi del rimbalzo.



Capitolo 3. I rischi pagano


C'è un grafico che gira in queste settimane fra i pochi che hanno capito cosa stava succedendo davvero. È uno dei grafici di Goldman Sachs Global Investment Research sui multipli forward (i rapporti prezzo/utili attesi per i prossimi 12 mesi) degli indici azionari USA.



Quando il mercato scendeva tra marzo e metà aprile, quei multipli forward crollavano insieme al prezzo: le azioni costavano meno, e costavano meno anche rispetto agli utili attesi.


Tradotto in modo semplice: mentre l'investitore medio leggeva "scende perché sta arrivando una catastrofe", il mercato stava scrivendo qualcosa di tecnicamente diverso, stava aumentando il premio al rischio, ovvero il rendimento extra che un investitore richiede per detenere un asset rischioso rispetto a uno privo di rischio.


Più il rischio percepito sale, più alto deve essere il rendimento atteso che il mercato offre per convincere qualcuno a comprare.


Il prezzo scende perché il rendimento atteso sale, non nonostante salga.


Letta così, la sequenza si ribalta: mentre i rischi aumentano, aumenta anche il rendimento atteso di chi resta dentro.


Ed è qui che l'investitore medio fa il proprio errore più costoso: quei rischi che lo hanno intimorito e spinto a rimanere fuori dal mercato sono esattamente i rischi che, se gestiti con disciplina, lo avrebbero pagato.


Mi spiego meglio, quando una guerra geopolitica colpisce il prezzo del petrolio, il mercato non sta dicendo "il mondo finisce", ma sta dicendo qualcosa di molto più tecnico: "in questo momento detenere azioni costa di più in termini di rischio percepito, quindi te le vendo meno care."


Se tu hai "il fegato" ( o meglio il framework di ragionamento) per comprare in quella finestra, il rendimento atteso che ti porti a casa è esattamente quello che il mercato stava offrendo proprio per la presenza del rischio.


E c'è una seconda gamba di questo stesso argomento, ancora più importante: i mercati sono forward looking, significa che prezzano aspettative future, non dati odierni.


L'investitore medio fa l'opposto: guarda quello che è già successo (il prezzo del petrolio salito, le notizie sulla guerra, l'inflazione che torna a salire) e li proietta linearmente in avanti.


Il mercato no. Il mercato sa, perché ha vissuto Suez, Yom Kippur, Iraq, Iraq di nuovo e mille altri eventi minori, che gli shock energetici di origine geopolitica generano impatti monetari transitori.


Tradotto: l'inflazione da petrolio si esaurisce con il petrolio. Quando il greggio smette di salire, l'inflazione che aveva spinto smette di esistere, non resta, non si accumula, sparisce con la causa.


Insomma il mercato ha fatto la cosa più razionale che potesse fare: ha comprato, nonostante i rischi fossero chiaramente ancora presenti, anzi, proprio per quei rischi. Questo è il primo pezzo del puzzle, il secondo pezzo è quello che non si racconta mai.



Capitolo 4. Il pezzo che non vedi: liquidità e posizionamento.


Tutto quello che abbiamo detto finora è corretto, ma è incompleto se non rispondiamo a una domanda molto semplice: perché il mercato ha iniziato a rimbalzare proprio in quel momento? Non prima, non dopo, proprio lì.


La risposta non sta nella geopolitica, non sta nei titoli dei giornali, e non sta nemmeno nelle valutazioni che abbiamo guardato nel capitolo precedente. Sta in due variabili che il 90% degli investitori non guarda mai: la liquidità e il posizionamento.


Te le spiego una alla volta, e poi te le collego.


Il posizionamento: cosa avevano in mano gli investitori a metà aprile.

Durante la discesa di marzo, il mercato non si è limitato a riprezzare il rischio in modo astratto: ha fatto qualcosa di molto più concreto e meccanico, ovvero ha ridotto esposizione.

Gli hedge fund hanno tagliato rischio, con il net leverage giù di diverse decine di punti. I fondi sistematici (CTA, risk parity, vol-targeting) hanno venduto per pura aritmetica: quando la volatilità sale, il loro modello taglia esposizione in automatico, indipendentemente dalle convinzioni di chi gestisce i fondi.


I portafogli istituzionali hanno aumentato coperture, hanno alzato la quota di liquidità, hanno comprato put per proteggere la parte equity rimasta.


Tutto questo, sommato, crea una condizione precisa: il mercato diventa sotto-investito. Sotto-investito non vuol dire che il sistema sia rimasto senza soldi: i soldi ci sono, semplicemente sono parcheggiati in difesa, su cash, Treasury a breve, oro e opzioni di copertura.


Ed è qui che c'è il punto più importante, quando il mercato è sotto-investito, succede una cosa particolare, per farlo salire non serve una buona notizia, basta solo che le notizie smettano di peggiorare.


La liquidità: il pezzo che i media non raccontano mai.

Veniamo al secondo elemento, quello che semplicemente non viene mai raccontato. Durante tutto il drawdown di marzo-aprile, la liquidità globale non si è contratta in modo significativo.



Mi spiego cosa intendo. Esistono diversi modi di misurare la liquidità globale, ma quello che conta operativamente è la combinazione di tre componenti: la quantità di riserve nel sistema bancario, l'attività dei mercati di rifinanziamento, e la disponibilità di credito che fluisce tra istituzioni finanziarie.


Durante il drawdown, nessuno di questi tre rubinetti si è chiuso. Le banche centrali, nonostante una narrativa retorica restrittiva, non stavano drenando liquidità in modo aggressivo. Il credito tra istituzioni continuava a circolare. Gli spread sui mercati di funding restavano contenuti.


Tradotto: il sistema era ancora pieno di capitale, capitale che durante il drawdown si era spostato in difesa, ma non era uscito dal sistema.


Il meccanismo reale del rimbalzo.

Adesso mettiamo insieme i due pezzi, e il rimbalzo smette di sembrare miracoloso.

Quando hai contemporaneamente liquidità disponibile nel sistema, posizionamento difensivo dopo settimane di vendite, e rischio che smette di peggiorare anche senza migliorare davvero, il mercato non ha alternative operative: deve salire.


Ti racconto la sequenza operativa, perché è importante vederla per quello che è, ovvero un meccanismo, non una narrazione:


  1. Il rischio viene prezzato → il mercato scende.

  2. Gli investitori si coprono → il posizionamento diventa difensivo.

  3. La liquidità resta nel sistema → il capitale non esce davvero, si limita a spostarsi.

  4. Il rischio non peggiora ulteriormente → la narrativa smette di deteriorarsi.

  5. Gli investitori sotto-investiti sono costretti a rientrare → re-risking forzato.



Il risultato è quello che hai visto sui grafici: un rimbalzo violento, veloce, senza bisogno di una vera "pace". La metafora più onesta è quella idraulica: la liquidità è il fluido, il posizionamento è la pressione. Quando il sistema è sotto-investito e il fluido c'è, basta togliere un tappo qualunque (e basta che il rischio smetta di peggiorare per togliere quel tappo) perché la pressione si scarichi all'insù.


Insomma il mercato non ha scontato la fine della guerra, ha scontato che il peggio non stava peggiorando abbastanza da giustificare il posizionamento difensivo che gli investitori avevano costruito.


✋ Breve interruzione.


Se questo tipo di lettura è quello che cerchi quando si muove il mercato, allora Wagmi PRO è il posto che fa per te.

In Wagmi PRO non trovi previsioni o segnali, ma scenari costruiti per essere messi alla prova nel tempo, driver osservabili e una traduzione operativa della macro che ti aiuta a capire cosa sta succedendo mentre succede.

Ogni report parte da una domanda semplice: cosa sta davvero muovendo il mercato, da lì si costruisce il contesto, si analizzano le possibili evoluzioni e si chiarisce cosa potrebbe invalidare quella lettura.

Questo lavoro viene poi applicato al portafoglio, mostrando come cambia la nostra esposizione nelle diverse fasi di mercato e dove si concentrano le opportunità.



Capitolo 5. Cosa hanno smesso di prezzare i mercati


A questo punto hai i due meccanismi: repricing del rischio e liquidità/posizionamento.


Adesso ti mostro come si vedono nei dati, perché osservarli affiancati in cinque segnali tecnici cambia completamente la percezione del fenomeno.


1. Il dollaro. Il DXY è scivolato sotto la sua media mobile a 200 giorni, ovvero la linea di tendenza di lungo periodo che gli analisti usano per separare i regimi: sopra il dollaro è strutturalmente forte, sotto si indebolisce. Quando il dollaro perde forza, è quasi sempre perché la domanda di porto sicuro sta calando. Tradotto: il mercato sta smontando le coperture difensive che aveva accumulato a marzo.



2. Il petrolio. Il Brent è decisamente sotto i 100 dollari. A marzo qualcuno scriveva che 100 dollari al barile fosse "sottovalutato" date le dimensioni teoriche del supply shock di Hormuz, ma è una lettura che ha senso solo se il blocco si traduce in interruzione effettiva di flusso. Il prezzo attuale del Brent ti dice che il mercato fisico, oggi, non sta vedendo quella interruzione: la sta prezzando come probabilità più bassa di quanto facesse a marzo.



3. L'oro. L'oro continua a rimanere compresso rispetto ai massimi. È il termometro più diretto della paura macro: quando l'oro non sale, non c'è una corsa al rifugio. Punto.



4. L'S&P 500 verso i massimi. È la conferma operativa di tutto il resto. Il mercato ha smesso di avere paura. Anche se la guerra non è finita.


I dati mostrano inoltre che durante la settimana del rimbalzo, i gestori istituzionali globali hanno collettivamente smesso di considerare l'America cara.


Questo è il vero salto narrativo. La differenza non l'ha fatta il retail che ha comprato in panico positivo (è successo, ma non è quello che muove il prezzo a questi livelli), l'hanno fatta gli istituzionali, che hanno spostato collettivamente la loro lettura: dal "siamo a multipli pericolosi" al "siamo a multipli accettabili dato il contesto".


Semplicemente, hanno cambiato idea.


Quello che vedi non è un mercato che diventa ottimista, è un mercato che torna semplicemente neutrale dopo essere stato troppo sbilanciato sulla difesa.


È un dettaglio che cambia tutto nel modo in cui leggi il rally: quando un mercato passa da sotto-investito a neutrale in presenza di liquidità, il movimento risultante è violento per pura aritmetica del flusso, non per entusiasmo.


E questo apre una domanda operativa importante, che riprenderemo nella conclusione: quanto di questo movimento è già stato fatto?



Capitolo 6. Bitcoin.


Ed eccoci qua, scusate il "pippone" sui mercati tradizionali, ma era necessario per inquadrare al meglio la situazione. Ora veniamo alle crypto, partendo dal nostro caro Bitcoin.



Se hai seguito il ragionamento fino a qui, la connessione con il mercato crypto diventa quasi automatica. Come ben sa chi segue questi report da un po', ormai Bitcoin e le criptovalute non vivono in un mondo separato, anzi sono l'espressione più sensibile del ciclo di liquidità globale che abbiamo appena descritto, più sensibile dell'equity, più sensibile del credito, più sensibile dell'oro... insomma reagiscono al variare della liquidità con un'amplificazione che gli altri asset semplicemente non hanno.


Questo cambia completamente la lettura. 🔒 La Parte Operativa Inizia Qui


Da qui in avanti entriamo nella parte strategica e operativa di questo report: scenari concreti, allocazione del capitale, gestione del rischio e posizionamento nel nuovo contesto di debito, guerra e liquidità.


Il resto di questo report è riservato agli iscritti a Wagmi PRO.


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